escursioni nell'appennino

Storie di Lupi e Pastori

E’ tempo di censimento del LUPO nell’area del Parco del Sasso Simone! I cacciatori si stanno lamentando che non ci sono più i cinghiali a causa del LUPO! Gli allevatori sono sul piede di guerra per i presunti capi di bestiame predati dall’orribile LUPO! Aleggiano sopra il bosco voci di futuri piani di abbattimento controllato del LUPO!
Insomma siamo tornati all’era dell’ATTENTI AL LUPO……….

Un pastore appenninico di nome gvàn custodiva un gregge di pecore. Viveva l’intera giornata in compagnia dei suoi cani da pastore, mangiava il cibo che si portava da casa seduto sempre sopra lo stesso masso, quando aveva voglia si faceva una dormita sotto una quercia e per il resto del tempo ammirava le sue pecore delle quali conosceva morte e miracoli. Gvàn invecchiò pascolando le pecore in giro per i monti finchè una sera non tornò a casa. Lo trovarono morto vegliato dai suoi cani e con le pecore al pascolo appoggiato sotto una quercia secolare che il suo trisnonno aveva lasciato detto che non bisognava assolutamente tagliare ……. Il gregge rimase senza il suo pastore, così i quattro figli di Gvàn, che si dedicavano alle altre attività agricole, decisero di prenderlo in cosegna. Essendo impegnati la gran parte dell’anno nell’aratura, nella semina, nello sfalcio del fieno, nella trebbiatura, nel taglio del bosco, lasciavano spesso il gregge in pascoli recintati, molte volte anche senza i cani pastore. Finchè in quell’angolo di Appennino, fino a quel momento tranquillo, fecero la loro ricomparsa i lupi. All’inizio solo individui singoli, probabilmente provenienti dalle foreste Casentinesi, transitavano raramente e per brevi periodi in quel territorio. Negli anni successivi invece incominciarono a crearsi veri e propri piccoli branchi stabili sul territorio.
Da allora il gregge dei figli di Gvàn iniziò ad essere in pericolo. Incominciarono le prime predazioni verso le pecore lasciate incustodite. Le pecore incinte abortivano dalla paura. Anche i cani non più abituati a combattere non riuscivano a contrastare le incursioni dei piccoli branchi di lupi.
Il capobranco, un esemplare di lupo unico di cui forse un giorno parlerò, e la sua femmina acquisivano conoscenza del territorio e le loro predazioni diventavano sempre più frequenti ed efficaci.
I figli di Gvàn non riuscivano più a fare fronte alla situazione, le pecore uccise erano molte e i rimborsi pubblici scarsi. La guerra era iniziata. Anche qualche giovane lupo perse la vita.
Il figlio più giovane, stanco della situazione, prese una decisione. Tornare a fare il pastore come suo babbo Gvàn a costo di non avere i ricavi derivanti dalle altre attività agricole.
Addestrò tre cani pastore che con il loro collare anti lupo divennerò veramente forti, incominciò a conoscere le abitudini del branco, divenne astuto come i suoi avversari. Le battaglie furono tante e feroci ma le perdite cominciarono a diminuire. Negli anni l’esperienza diventò tale che riusciva a respingere quasi tutti gli attacchi. Anche il branco cominciò a capire che il rischio per l’attacco a quel gregge era troppo rischioso e così la maggior parte delle volte preferivano cacciare cinghiali, caprioli, lepri ed altre greggi lasciate sole dai pastori moderni.
Fra il pastore, i suoi cani e il branco di lupi si era creato un equilibrio. Quelle rare pecore che a volte i lupi riuscivano a strappargli, ormai Gvàn le considerava un premio per il loro coraggio.
In questa situazione il figlio di Gvàn era diventato un vero pastore, guadagnava meno rispetto a quando seguiva anche le altre attività agricole con i fratelli, ma capì che c’è solo un modo per fare il pastore: considerare il proprio gregge importante come la propria vita.
Sotto quella quercia secolare in un giorno freddo e nebbioso mi confidò che grazie ai lupi aveva finalmente compreso perché suo babbo non lasciava mai solo il suo gregge, anche nel tempo in cui non c’erano i lupi in giro. 

Se non staremo attenti ritorneremo ad ascoltare parole pericolose per il bosco. Come quando nel Medioevo Geoges-Louis Leclerc, conte di Buffon, uno dei fondatori della zoologia moderna, definiva il lupo come animale ripugnante, feroce, perverso e puzzolente, “DANNOSO DA VIVO E INUTILE DA MORTO”.

Tomaso Mazzoli